Intervista al ricercatore italiano Maurizio Grimaldi
"In caso di ictus è possibile
salvare ciò che non è ancora distrutto"
di CLAUDIA DI GIORGIO
Repubblica.It ha intervistato Maurizio Grimaldi, il farmacologo italiano co-autore dello studio che ha scoperto l'utilità di
una sostanza contenuta nella cannabis per la protezione dei tessuti cerebrali.

Dottor Grimaldi, fino ad ora i componenti della cannabis sono stati studiati per il loro effetto contro il dolore e
la nausea e per l'abbassamento della pressione sanguigna oculare. Da cosa è nata l'idea di indagarne
l'efficacia nelle lesioni cerebrali?

"Praticamente per caso, come spesso accade nella ricerca scientifica.. Anni addietro, lavorando al dipartimento di
Neuroscienze dell'Università di Napoli, mi sono occupato delle sostanze cosiddette neurotrofiche, cioè quelle che
favoriscono lo sviluppo e la sopravvivenza dei neuroni. Contemporaneamente, il mio collega britannico Aidan Hampson,
a San Francisco, ed il premio Nobel Julius Axelrod, al National Institute of Mental Health, stavano studiando
l'anandamide, una sostanza analoga ai principi attivi della cannabis prodotta naturalmente dall'organismo. Quando io e
Hampson, a causa di una migrazione intellettuale tipica del mondo della ricerca, ci siamo incontrati al National Institute of
Health negli Stati Uniti, ci è venuta l'idea di unire le nostre conoscenze e vedere se i cannabinoidi, cioè i principi attivi della
marijuana, giocavano un ruolo nella fisiologia ed eventualmente nella patologia del sistema nervoso centrale. Con nostra
somma sorpresa, abbiamo scoperto che avevano un potente effetto protettivo contro la morte neuronale che avviene, ad
esempio, nei casi di ictus cerebrale".

Come si verifica questa protezione?

"I cannabinoidi sono dei forti antiossidanti, vale a dire che sono in grado di neutralizzare le molecole ossidanti
potenzialmente pericolose specialmente a livello cerebrale. Quando si è colpiti da un ictus, una parte consistente del
danno non si verifica subito, in conseguenza della mancanza di ossigeno al cervello, ma per colpa di una serie di reazioni
chimiche che scatenano la produzione agenti ossidanti fortemente distruttivi, i quali disgregano le cellule un po' come se le
bruciassero. Uno di essi, ad esempio, è il perossido, che altro non è che la comune acqua ossigenata. Come può
constatare chiunque lo applichi ad una ferita aperta per disinfettarla, si tratta di una sostanza molto aggressiva, in grado di
uccidere velocemente le cellule nervose. Per intenderci, il perossido appartiene alla categoria dei radicali liberi, di cui si
parla molto per il ruolo che giocano nei processi di invecchiamento dell'organismo in generale. I componenti attivi della
cannabis, la cui azione antiossidante sembra superiore persino a quella della vitamine E e C, riescono a bloccare il
perossido e gli altri agenti lesivi che si basano sullo stesso meccanismo ossidante. In più, data la grande diffusibilità
cerebrale dei cannabinoidi, è facile farli arrivare direttamente dove ce n'è più bisogno".

La vostra ricerca enfatizza in modo particolare il fatto che una delle componenti della cannabis da voi studiata
non ha effetti psicoattivi, cioè non provoca le alterazioni mentali tipiche della marijuana. Di che sostanza si
tratta?

"E' il cannabidiolo, o CBD, il quale, a differenza di altri cannabinoidi, non stimola il cervello a produrre le attività a cui si
devono gli effetti a cui allude, ad esempio gli effetti piacevoli ricercati dai fumatori di marijuana. Tuttavia, mantiene intatto
il suo potere antiossidante e quindi permette di intervenire terapeuticamente senza effetti collaterali e con una bassissima
tossicità. Si tratta, insomma, di un farmaco antiossidante e non psicoattivo in alternativa alle sostanze psicoattive,
provviste in questo caso dell'effetto euforizzante indesiderato".

Il cannabidiolo può riparare i danni dell'ictus cerebrale?

"Purtroppo no. Ciò che è stato irrimediabilmente danneggiato non può, almeno oggi, essere recuperato nel cervello.
Riesce però, almeno secondo le indicazioni che vengono dalla nostra ricerca, a salvare ciò che non è ancora
irreparabilmente distrutto. Tutto dipende, insomma, da quanto rapidamente si riesce ad intervenire, e quindi a minimizzare
il danno e a favorire il massimo del recupero della funzione cerebrale".

A quali altre patologie potrebbe essere applicato?

"Devo precisare, anzitutto, che le nostre ricerche si sono svolte esclusivamente in vitro, su cellule di ratto, e che prima di
arrivare ad eventuali applicazioni terapeutiche sull'uomo c'è ancora una lunghissima strada da percorrere. Tuttavia,
almeno teoricamente, il cannabidiolo potrebbe essere impiegato in tutte le patologie neurodegenerative, tra cui il morbo di
Alzheimer, quello di Parkinson, oppure la corea di Huntington ed anche nei traumi cranici gravi con sofferenza contusiva
del parenchima cerebrale. Lo spettro di possibili applicazioni è dunque molto ampio e riguarda campi della patologia
medica molto rilevanti sia sul piano sanitario che su quello sociale".

Esistono studi in questo settore in Italia? E come mai lei, un farmacologo laureato a Napoli, adesso fa ricerca
a Bethesda?

"Sì, anche in Italia ci sono gruppi che lavorano sui cannabinoidi ma questo e' il primo studio che ne ha evidenziato l'effetto
neuroprotettivo e ne ha caratterizzato i meccanismi. Quanto alle ragioni della mia presenza negli Usa, professionalmente io
faccio ancora riferimento alla sezione di Farmacologia del dipartimento di Neuroscienze e della Comunicazione
interumana dell'università di Napoli, e mi sono qui per una sorta di supertraining. Lavorare in un'organizzazione prestigiosa
come questa è una grande esperienza formativa, sia per le strutture a disposizione che per i continui contatti con scienziati
di grandissimo livello, premi Nobel inclusi. Se mi passa il paragone, è come se un 'pulcino' incontrasse Maradona o Paolo
Rossi un giorno sì e l'altro no. Comunque, il mio obiettivo è tornare in Italia".

(13 luglio 1998)